Una comunità che salva. L’Acr “nell’età difficile” – diocesi di Gorizia

Raccontare come l’Acr abbia segnato la mia vita è cosa a dir poco ardua. Scavando in ricordi antichi, pian piano i pensieri si fanno strada e qualcosa emerge. Doveva essere il 1971, un giovane prete, fresco di seminario – e dico oggi fresco di Concilio – consiglia mia mamma di mandarmi all’Acr: «è una esperienza nuova, insieme a coetanei, e può aiutare quel bambino (che oggi definiremmo iperattivo) a stare insieme agli altri in armonia». E così fu.
Ricordo la mia educatrice, dai lunghi capelli castani: parlava di cose vere che esistevano e che si potevano sperimentare. Poi ho capito che si trattava della “catechesi esperienziale”, ma la magia stava nel fatto che non c’era chi insegnava e chi imparava. Ogni cosa era un’esperienza fatta insieme, il gioco, l’avventura, il confronto e la preghiera.
Quel primo anno non ho potuto partecipare al campo estivo, ma l’anno successivo è stata un’estate fantastica. Un’esperienza di vita comunitaria che ha segnato davvero la vita, in una stagione tutt’altro che facile, all’alba dell’adolescenza e della conseguente tempesta che l’accompagna.
Sono tante le voci che il quel momento ti dicono: «dai vieni con me». L’opzione è sempre casuale e, spesso, irrazionale. Io sono stato fortunato, ho potuto dire: «eccomi, vengo con te» proprio nel momento in cui ne ho avuto bisogno. Ho imparato a pensare ed a farmi un opinione, ho imparato ad impegnarmi e ad assumere responsabilità, ho imparato che dobbiamo essere noi stessi per poterci raccontare, che possiamo ingannare qualcuno, ma non noi stessi, ho imparato che la parola non è credibile se non è coerente con l’azione.
L’Acr? Non mi ha aiutato, mi ha salvato.

Giuseppe

Giuseppe